Titolo originale: Stupeur et tremblements
Autrice: Amélie Nothomb
Genere: autobiografico
Anno: 1999

«L’8 gennaio 1990 l’ascensore mi sputò all’ultimo piano dell’edificio Yumimoto. La finestra in fondo all’atrio mi risucchiò come fosse l’oblò infranto di un aereo. Lontano, molto lontano, c’era la città – tanto lontana che mi sembrava di non averci mai messo piede.»

Inizia così la storia di Amélie, una ragazza di 22 anni di origine belga, appena assunta da una prestigiosa azienda giapponese per un incarico non meglio precisato con un contratto annuale. E lo scontro con i suoi numerosi superiori avviene subito in un’atmosfera surreale di rigido conformismo alle regole. La scrittura semplice e lineare di Amélie racconta giorno dopo giorno il suo “inferno giapponese“: lo sbriciolamento dell’incantato mondo della sua infanzia (nata in un paesino vicino Kobe, ha vissuto in Giappone fino a 4 anni) sotto il peso della logica aziendale, la più spietata delle realtà nel mondo nipponico. Con uno sguardo sempre più disincantato, ma senza rinunciare all’umorismo e all’autoironia, la ragazza viene sempre più retrocessa, passando dal fotocopiare migliaia di pagine inutili (con una giusta preoccupazione per lo spreco di carta) al portare il caffè senza poter aprire bocca, dall’aggiornamento dei calendari a compiti noiosi e ripetitivi, a lei poco congeniali,come annotare a mano migliaia di numeri o calcolare le spese secondo i tassi di cambio, per finire, in una spirale di parossismo, a essere la “guardiana dei cessi”, come si autodefinisce con sarcasmo, addetta a cambiare asciugamani e carta igienica.

«I più incomprensibili atteggiamenti di una vita sono spesso dovuti al persistere di un offuscamento di gioventù: da bambina, la bellezza del mio universo giapponese mi aveva tanto colpita che andavo ancora avanti grazie a quel serbatoio affettivo. Adesso avevo sotto gli occhi l’orrore altero di un sistema che negava ciò che io avevo amato, e tuttavia restavo fedele a quei valori nei quali non credevo più.»

Nonostante la sua diretta superiore, la signorina Fubuki Mori, la tratti con crudele freddezza e sia l’artefice della sua caduta per una silenziosa vendetta senza senso, Amélie non riesce a fare a meno di osservarla con sguardo ammirato, rapita dalla sua bellezza così tipicamente giapponese, con la pelle di porcellana e i suoi modi aggraziati, sprecati in un’azienda in cui è l’unica donna (fra le pochissime assunte) ad aver raggiunto una posizione importante dopo anni di duro lavoro, privazioni e ottemperanza a regole che la rendono solo più maligna e distante verso il prossimo. Amélie, ingenua nel tentativo di confortarla dopo una sfuriata del signor Omochi (il vice-presidente obeso), scatena tutta la sua furia e mette a nudo la sua mentalità contorta incapace di accettare di farsi vedere debole da un sottoposto (per di più occidentale), frutto di una società che inculca, soprattutto nelle donne, una repressione dei sogni e delle speranze fin dalla tenera età. Particolarmente interessante è lo spiazzante monologo sui doveri della donna giapponese: un’interminabile sequela di negazioni (di amore, di felicità, di sogni, persino di appetito) contrapposta ai doveri per essere irreprensibili in ogni circostanza, ma senza voluttà o orgoglio.

«Ogni bellezza è struggente, ma la bellezza nipponica è ancora più struggente. Prima di tutto perché quella carnagione lattea, quegli occhi soavi, quelle inimitabili ali del naso, quelle labbra dai contorni così marcati, quella dolcezza complicata dei tratti bastano a eclissare i volti meglio riusciti. Poi perché le sue maniere la stilizzano, facendo di lei un’opera d’arte inaccessibile all’umano intendimento. Infine e soprattutto perché una bellezza che ha resistito a tanti corsetti fisici e mentali, a tante costrizioni, soprusi, divieti assurdi, dogmi, asfissia, desolazione, sadismo, cospirazioni del silenzio e umiliazioni – una bellezza del genere è un miracolo di eroismo.»

La kaisha (会社), ovvero l’azienda, è la meta più ambita per il giapponese medio, ma è anche la più alta forma di disumanizzazione che potesse essere mai concepita. Come un tempo i samurai giuravano fedeltà al loro signore, oggi i dipendenti nel loro classico completo nero (i famosi salaryman) giurano fedeltà alla ditta. Dalle parole della giovane donna occidentale, derisa e umiliata da uomini che alla fine si dimostrano solo dei pusillanimi, emerge un mondo alienante lontanissimo dai sogni di bellezza esotica del suo universo di bambina. Eppure, questa è una parte della società giapponese, prepotente e schiacciante, ma sempre una parte. Amélie ammette di aver voluto parlare solo della sua vita lavorativa, tagliando fuori quella familiare e più quotidiana. Inoltre, tra i suoi superiori riesce a trovare anche qualcuno di buono, capace di mostrarle comprensione se non addirittura fiducia nelle sue capacità, come il signor Tenshi (天使, angelo), e il presidente della Yumimoto, il signor Haneda, da lei ribattezzato Dio.
Un libro veloce, leggero nonostante il tema trattato, uno sguardo spietato, sincero, disilluso, ironico sul Giappone da parte di una giovane donna che, nonostante tutto, non può fare a meno di esserne affascinata.

«Nell’antico protocollo imperiale nipponico, si afferma che ci si rivolgerà all’Imperatore con “stupore e tremore”. Mi è sempre piaciuta questa formula che corrisponde così bene al ruolo degli attori nei film di samurai quando si rivolgono al loro capo, la voce traumatizzata da un rispetto sovrumano

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