Intervista: Pietro, fotografo/developer giramondo

Iniziamo l’anno nuovo con una nuova intervista per la serie Italiani all’Estero!

Diamo il benvenuto a Pietro Zuco, fotografo per passione e mobile developer per lavoro. Ho notato Pietro su Flickr grazie alle sue splendide foto del Giappone, dove ha vissuto fino a poco meno di un anno fa.

Photoshot at Harajuku Studio·Ciao Pietro! Raccontaci di te.

Mi chiamo Pietro Zuco, sono italiano e ho 37 anni. Sono un indie developer, cioè sviluppo applicazioni per iPhone e iPad in proprio.

Nel 1995 mi trasferisco in Spagna per iniziare una nuova vita. Studio, lavoro nel settore informatico, e partecipo attivamente alla comunità del software libero. Nel 2000 vado in Giappone e da quel momento vivere nel Paese del Sol Levante diventa una delle mie priorità.

Nel 2006 decido di trasferirmi a Tokyo, e lavoro presso la Blue Beans, società al 100% giapponese, unico occidentale e con un livello di giapponese colloquiale. Lavoro come System Administrator specializzato in UNIX e Linux.

Dopo un anno e mezzo in cui ho avuto l’opportunità di collaborare con KDDI e HP Japan, faccio il salto nelle multinazionali occidentali AXA Japan e GXS.

Dopo il grande terremoto del 2011, le scosse sismiche mi fanno ripensare ai miei obiettivi e decido di fare quello che veramente voglio: essere indipendente e lavorare per conto mio, rompendo con dogmi, paure, indecisioni e altri vincoli ed impedimenti culturali che di solito contribuiscono solamente a tenerci legati allo status quo.

Dopo 5 anni a Tokyo mi licenzio e incomincia così un periodo di un anno di studi, esperienze, piccoli errori e piccoli successi, finché, poco a poco, il tutto inizia ad essere più chiaro e questa nuova attività prende finalmente forma e forza.

Nel febbraio del 2012 torno in Europa. Vivo per un periodo a Vienna, poi Málaga e Barcellona.

La mia prossima meta è Londra, e ho in programma brevi visite di lavoro in Giappone, che è rimasto nel mio cuore.

Senza titolo·Perché hai deciso di trasferirti proprio in Spagna per iniziare una nuova vita?

È stata una decisione familiare: genitori, zii, cugini, tutti ci siamo trasferiti. In principio io non ero molto interessato, preferivo restare in Italia, ma i cambiamenti portano sempre opportunità inaspettate, perciò meglio rischiare che rimanere fermi.

Siamo andati al sud, dove il clima è buono e, dato che a quel tempo era una zona in crescita, le opportunità erano più interessanti in comparazione con l’Italia. Adesso le cose sono cambiate e, come tutti sappiamo, la Spagna si trova in una situazione economica bruttissima. Come tanti altri vicini europei…

·Cosa ti ha portato poi ad andare fino in Giappone?

Il Giappone è stato sempre una passione. A quell’epoca, 1996 circa, a Malaga il flusso di turisti era alto e c’erano molte scuole per imparare lo spagnolo, piene di stranieri che venivano sia per lo studio che per divertirsi. In quell’ambiente ho avuto l’opportunità di conoscere molte ragazze giapponesi e lo scambio culturale è stato molto interessante. Così nel 2000 vado in Giappone in vacanza: da quel momento è iniziato il piano per andare a vivere nel paese del Sol Levante.

L’organizzazione dei giapponesi, la loro educazione, pulizia, cultura, la lingua, le opportunità nel settore tecnologico, la posizione strategica in Asia, l’ambiente cosmopolita di Tokyo: il tutto era un mix molto più interessante della Spagna e anche dell’Europa. Sarebbe stata una follia dire di no! 🙂

·Come è stato l’impatto con la vita di Tokyo?

È stato molto difficile al principio, perché esiste una bella differenza tra vivere in un paese e fare il turista. Nel 2006 ho detto al mio capo, nell’azienda dove lavoravo in Spagna, che andavo in Giappone. Pensavano fossi diventato pazzo: avevo un lavoro stabile, esperienza, contatti, nessuno capiva cosa stavo facendo.

Avevo studiato la lingua, ma il mio livello era molto basso, sufficiente per fare amicizia ma ben lontano dal giapponese usato nel lavoro. Avevo dei risparmi che mi permettevano di stare a Tokyo 6 mesi, non di più. Come italiano godevo di 3 mesi di visto turistico il quale proibisce di percepire uno stipendio in Giappone, ma non impedisce di cercare lavoro oppure fare business. Per tre mesi ho vissuto in una guesthouse, una specie di ostello con stanze individuali ma con bagno, cucina e salotto comuni, e lavatrici e riscaldamento a gettoni. Era molto economico, ed è stata un’esperienza interessante dove ho fatto amicizia con persone di ogni parte del mondo.

In quei tre mesi ho cercato lavoro disperatamente, finché alla fine ho trovato una piccola azienda 100% giapponese che mi ha fatto un contratto di lavoro. Non è stato facile, soprattutto perché non avevo un visto che mi permettesse di lavorare e la mia conoscenza della lingua era limitata. Per fortuna la mia esperienza nel settore informatico era utile al mio capo, ragione per la quale decise di iniziare il lungo processo per il visto di lavoro.

Per legge, dovevo lasciare il paese, mentre l’azienda faceva tutti i documenti necessari; dopo due mesi finalmente è arrivato per posta il “Certificate of Elegibility“, il documento che autorizza il consolato a darmi un visto di lavoro, così sono tornato in Giappone e dopo due giorni ho iniziato a lavorare.

Il capo mi ha trovato una casa di 11 metri quadri, dicendomi: “la userai solo per dormire“, e infatti aveva ragione! Lavoravo dalle 9 alle 23 ogni giorno: programmavo in Java/Perl/C ed ero anche system administrator. C’era tantissimo lavoro e le ore non finivano mai. Nei primi due mesi ho perso 20 chili!

Comunicare con i compagni di lavoro, poi, era quasi impossibile: non parlavano inglese, non avevano esperienza di lavoro con stranieri e il mio giapponese era ancora troppo scarso.

Lavorando nelle istallazioni della KDDI e poi della HP, però, ho avuto modo di avere un contatto diretto con le multinazionali giapponesi così, dopo poco più di un’anno, mi ero abituato alla vita di Tokyo, il mio giapponese era migliorato moltissimo, le offerte di lavoro erano aumentate e ho potuto proseguire la mia carriera in altre aziende.

Nara

Hai avuto difficoltà a trovare una casa e a ottenere il visto per tutti quegli anni?

Le principali difficoltà sono state burocratiche e culturali. Tutto è diverso: dall’affitto di casa, a creare un conto in banca fino a comprare una bici. Poi la lingua è l’altro muro di cemento da attraversare.

Il giapponese è molto vincolato alla cultura: per riuscire a capirlo bene si deve anche capirne la cultura, non bastano i libri. Le differenze culturali sono enormi e bisogna avere umiltà e non pensare che quello che ha un senso per noi lo ha pure per gli altri. Bisogna avere la mente molto aperta e soprattutto essere interessato alla cultura e aver voglia di imparare. Non consiglierei mai di andare a lavorare in Giappone a qualcuno che non abbia nessun interesse per la cultura giapponese e che cerchi solo un lavoro.

Non consiglierei nemmeno la strada che ho preso io: è stato tutto molto complicato, pieno di dubbi, incertezze, difficoltà e sofferenze, ma ho avuto anche tanta gioia nel conoscere cose che sicuramente non avrei mai visto altrove. E’ stata l’opportunità di maturare quando pensavo di essere già adulto.

Il miglior modo è andare con una borsa di studio o con un visto da studente e poi cambiarlo in un visto lavoro. E’ importante, inoltre, avere un livello di giapponese sufficiente per poter lavorare e capire un po’ il vocabolario usato nelle aziende, nei comuni, etc; avere dei risparmi da poter usare per diversi mesi; non infrangere mai le regole e rimanere nei limiti del visto, altrimenti si rischia non solo una multa ma anche di essere ostracizzato e di non poter mai più tornare in Giappone.

·Cosa ti ha lasciato dunque l’esperienza giapponese?

Il Giappone mi ha permesso di conoscere meglio me stesso e di vedere la vita da un altro punto di vista. L’immersione culturale in una società completamente diversa da quella occidentale, mi ha dato l’opportunità di mettere a confronto valori e certezze. Ho sommato, a quello che già sapevo prima, concetti nuovi che, in molti casi, hanno rimpiazzato parti della mia cultura nativa. Il Giappone mi ha anche insegnato a essere più tollerante con le diversità culturali, ad ascoltare prima di rispondere senza pensare, e a non giudicare basandomi sul mio filtro culturale.

Proprio durante il terremoto del 2011 ho avuto l’esperienza più interessante: è stato il terremoto più grande mai registrato nella storia conosciuta del Giappone, durato quasi 6 minuti, con forti scosse di assestamento che sono durate più di un mese. La prima settimana a casa sembrava di aver il mal di mare, non si poteva dormire.

Il terremoto mi ha aiutato a vedere le cose da un punto di vista completamente diverso, soprattutto ho imparato a non dare importanza a tante cose che prima mi preoccupavano.

L’ambasciata italiana è stata molto competente: mi offriva di tornare in Italia e inviava costantemente email con informazioni utili e consigli. Si sono comportati veramente bene a differenza di tante altre ambasciate che invece hanno lasciato i loro connazionali abbandonati, come quella spagnola.

ship

·Perché sei tornato in Europa per lavorare in proprio?

Sono in Europa temporaneamente, dato che la mia occupazione attuale mi da l’opportunità di lavorare in qualunque posto. In questo momento mi trovo in una lunga gita nella quale cerco di fermarmi per diversi mesi in ogni paese.

Prima in Austria, adesso in Spagna, dove starò un po’ più a lungo dato che la mia famiglia abita qui e che la mia ragazza è spagnola! 🙂

Prossime fermate Londra o Berlino, forse velocemente l’Italia e poi di nuovo in Giappone, che comunque sarà sempre destino finale.

·Hai vissuto davvero in tanti paesi, qual è quello che più ti è rimasto nel cuore?

Non penso siano stati tanti. Sono nato in Venezuela, padre italiano e madre colombiana.

Ho sempre vissuto con la famiglia paterna e ho avuto pochissimo contatto con il Venezuela: siamo venuti in Italia quando avevo circa 8 anni, perché il paese era diventato troppo pericoloso e instabile.

Nel 1989 siamo tornati in Venezuela per circa 6 mesi e ci siamo imbattuti in una rivolta popolare con quasi mille morti, saccheggi e l’esercito nelle strade! Dopo quella volta non siamo mai più tornati in quel paese.

Ho vissuto principalmente nei pressi di Roma ma anche Milano e Catania.

Andare in Spagna, però, non è stato facile: anche se comunemente si dice che l’Italia e la Spagna sono simili, la verità è un’altra. Lo so che sembra assurdo, dato che sono stato capace di integrarmi nella vita di Tokyo, ma ci sono degli aspetti culturali della vita in Spagna alle quali non sono mai stato capace di adattarmi! Lì ho tanti amici e la mia ragazza è spagnola, ma sono incompatibile con la cultura spagnola.

Ad ogni modo, l’Europa non fa per me, il mio destino è in Giappone, o comunque in un paese dell’Asia. Da quelle parti mi sento più vivo!

Sanja Festival at Asakusa

·Come ti trovi così lontano dal tuo paese natale? E’ stato difficile abituarsi alla vita da expat?

Tecnicamente non sono un expat ma un immigrato, dato che il trasferimento in un altro paese è stato fatto con i miei mezzi. Gli expat normalmente sono stranieri che vengono trasferiti altrove dalle loro aziende.

Quello che mi manca di più è il cibo! Sembra assurdo ma è stato molto più facile trovare prodotti italiani in Giappone in comparazione con la Spagna: la miglior pasta che ho mangiato dopo l’Italia è stata in Giappone. Negli ultimi sei anni a Tokyo ho avuto più contatti con gli italiani che in più di dieci anni di vita in Spagna. Importante è anche il fatto che in Giappone la gente ha moltissimo interesse per l’Italia: mi facevano sempre domande sul cibo, sulla storia, l’arte, etc.

Dopo molti anni all’estero, si perdono poco a poco quelle necessità che si creano quando vivi in un posto specifico. Si impara a non dipendere da qualcosa e, in qualche modo, inizia un processo di sradicamento culturale.

·Quando hai deciso di voler vivere all’estero, come ti sei organizzato? In quale paese hai trovato maggiori difficoltà ad ambientarti?

Dopo alcuni anni di vita in Spagna, avevo deciso di voler andare altrove ma emigrare non è semplice. Il Giappone è stato il paese nel quale ho avuto più difficoltà iniziali ad ambientarmi, anche se dopo i primi anni ho trovato in quell’isola la mia seconda casa.

Forse il posto dove non potrei vivere a lungo è l’Austria: come paese è sicuro, pulito, organizzato, Vienna è una città bellissima, ho buoni amici lì, ma lo stile di vita è un po’ troppo classico, mi annoierei a morte!

Schönbrunn Park·Com’è adesso la tua giornata tipo?

La vita dell’indie ha lo svantaggio di non essere stabile. In questo momento ho molto lavoro: programmo e dormo, niente di più. Una volta che passa la tempesta, arriva la calma e magari ci sono un paio di mesi di tranquillità, nei quali bisogna muoversi, prendere l’aereo e approfittarne per andare a stabilirsi da qualche altra parte. In conclusione, è difficile descrivere una giornata tipo dato che decido io come organizzare il mio tempo.

·C’è un episodio particolare o divertente avvenuto a Tokyo, o in una delle città in cui hai vissuto?

Il primo colloquio di lavoro con la piccola azienda che mi ha fatto il visto.

Ci siamo incontrati in un izakaya (ristorante tradizionale giapponese) e, dopo le prime presentazioni, il capo mi fa delle domande sulla mia esperienza e parliamo di tecnologia, unix, java, etc. Dopo che la prova tecnica era stata superata, mi offre del cibo tradizionale (sushi, sashimi, tempura) per vedere se mi piaceva: molti stranieri sono schizzinosi nel mangiare, ma per fortuna la cucina giapponese è buonissima. Poi arriva la prova di resistenza all’alcol, birra, sake, vino, e supero anche questa.

Infine, il capo mi chiede “ti piacciono le donne?“, io rispondo di sì e lui dice “vorresti toccare delle tette?“. A quel punto sono andato in tilt: non sapevo se scherzava o se diceva sul serio. Volevo il visto di lavoro e, se dovevo toccare dei seni per ottenerlo, ero pronto a compiere la missione!

Usciamo dal locale e mi porta in un kiabakura, una specie di bar dove le ragazze si siedono e parlano per circa 20 minuti con i clienti. Non è prostituzione, non esiste nessun tipo di scambio sessuale: si parla solo e le ragazze si comportano in modo compiacente con i clienti, servono le bibite, accendono le sigarette e ascoltano.

Nel kiabakura dove mi voleva portare, oltre a parlare, si poteva anche toccare un po’, ma niente di più. Quando arriviamo alla porta, però, il buttafuori mi dice “no, lui no, perché è straniero“. A quanto pare, avevano avuto problemi con degli occidentali che non avevano capito che si poteva solo toccare ed erano invece saltati addosso alle ragazze!

A quel punto, andiamo in un kiabakura normale (dove si parla e basta) e siamo rimasti in quel locale fino alle cinque del mattino, parlando, bevendo, e scherzando con le ragazze. Quando siamo usciti, già di giorno, mi dice “ganbatte kudasai ne“, cioè “in bocca al lupo!“, perché il lavoro era mio.

Normalmente i colloqui di lavoro in aziende grandi o straniere si svolgono come al solito, ma nelle piccole società giapponesi, soprtatutto quelle più tradizionali, questa è una pratica abbastanza comune. Non si valuta solo l’aspetto tecnico, ma anche la persona, come si comporta e come reagisce alle situazioni.

·Nel futuro prevedi già uno spostamento a Londra, e poi? Pensi di rimanere in Inghilterra, trasferirti altrove o magari tornare in Italia?

Dopo Londra, forse penso a Berlino ma non ho piani per il momento e tutto cambia da un giorno all’altro.

A church...·In base alla tua esperienza, cosa consiglieresti ai giovani italiani che sognano di vivere all’estero?

Penso che gli italiani abbiamo molta esperienza in fatto di emigrare. La mia famiglia lo ha fatto dopo la guerra, così come tante altre. Ho sempre trovato italiani dappertutto, nei posti più disparati, che facevano lavori che non sapevo esistessero. Infatti, anche se l’italiano non fa parte delle lingue più parlate nel mondo, per me è stata la seconda lingua più utile, dopo l’inglese.

A ogni modo, se vogliamo riassumere al volo una lista di consigli. penso che le cose più importanti siano:

1. Buon livello di inglese. Questo è prioritario!

2. Imparare un vocabolario utile della lingua del paese target

3. Trovare qualcuno che possa darci una mano all’inzio è molto utile, quindi cercate su internet qualcuno che voglia imparare l’italiana e con cui fare amicizia

4. Documentarsi molto prima di andare: l’informazione è potere. Non andate alla cieca, non siamo più nel dopo guerra!

5. Ricordare sempre che per il semplice fatto di essere stranieri, siamo in svantaggio rispetto agli altri

6. Ricordare sempre che un bambino di 10 anni del luogo sa più di voi

7. Non confondere emigrare per necessità con emigrare per interesse: chi emigra per necessità ha lo svantaggio di dover vivere in una cultura che forse non gli piace e che magari alla fine odia. È molto meglio guadagnare meno e avere un lavoro più umile a casa, anziché essere infelici all’estero.

Si deve cercare sempre di emigrare per interesse, motivati dalla curiosità e dalla voglia di voler imparare un’altra cultura

8. Chiederci cosa possiamo offrire noi che non possa fare una persona del luogo. Siamo dei prodotti nel mercato del lavoro, vendiamo a noi stessi. Se l’unico vantaggio è quello di essere più economici, le possibilità di crescita in quel paese diminuiscono

9. Non essere mammoni

10. Avere una mente aperta ed essere tolleranti

·Cosa suggeriresti a chi volesse fare un viaggio in uno dei paesi in cui hai vissuto? Qual è il periodo migliore e il luogo che merita assolutamente di essere visitato in Spagna e in Giappone?

E’ un po’ questione di gusti. In Spagna fa bel tempo quasi sempre, mentre in Giappone è molto meglio andare in autunno o primavera. L’inverno giapponese è freddo ma secco, perciò abbastanza tollerabile, invece l’estate è un suicidio, l’umidità è altissima.

Se vi piace sudare, bere tre litri d’acqua al giorno e passare dal caldo asfissiante al freddo siberiano dentro i treni e negozi, allora forse l’estate fa per voi!

Tokyo Tower

5 Comments
  • Fabio Costalonga

    Conobbi Pietro nel ormai lontano 1999 a Malaga, vivevamo vicini, Lui mi fece il primo e-mail, e sempre ho avuto una grande ammirazione per quello che dimostra di essere. Leggendo questa intervista scopro cose che non sapevo, pero’ che mi fanno un immenso piacere. Gli posso solo augurare di continuare cosi’ e che un giorno riscopra il “modo” sudamericano per contribuire allo svilupo ed alla felicita’ di tanta gente, che solo adesso sta iniziando l’era informatica ad alto livello.
    Un immenso grazie per l’amicizia ed il mio desiderio che sia sempre felice ed innamorato del tuo lavoro.
    Fabio Costalonga

  • Sandro

    Ho letto con molto interesse, vado a vedere le foto su flickr.

  • L’intervista è davvero interessante! 😉

    Conosco Pietro da qualche anno (sul web naturalmente, dal vivo sarebbe difficile per quanto viaggia effettivamente), ma ammetto che non conoscevo tutta la sua storia in maniera così dettagliata.

    Penso davvero che se ne trovino davvero difficilmente di caratteri liberi come il suo, poiché pur amando il Giappone non sembra affatto disdegnare vissuti in altre terre, anzi si percepisce chiaramente che ha raccolto insegnamenti da ogni suo viaggio. Un bel modo di vivere a mio avviso, forse il migliore.

    Non si dice forse ” Vivere è viaggiare e viaggiare è Vivere due volte ” ? 😉

    Ancora Complimenti, un ottimo articolo! 🙂

  • Grazie per l’intervista! Anche per la dettagliata scelta delle foto! 🙂

    • Grazie a te!
      Eh, la scelta delle foto è stata davvero ardua… sono tutte bellissime! 🙂