Intervista: Cristiano, giornalista/speaker dagli USA

Il terzo intervistato per la serie Italiani all’Estero l’ho conosciuto grazie a un articolo scritto per Serialmente come “inviato speciale” sul set, direttamente da San Francisco.

·Ciao Cristiano! Raccontaci di te.
Sono nato a Milano, a mia insaputa, e me la sono vissuta male fin da subito. Privo di sensi di appartenenza di sorta mi sono trascinato fino alla fine del liceo cercando la mia strada e un posto dove stare, con il problema di trovare dannatamente interessante l’imparare ma terribilmente noioso il gestire l’imparato.
Insomma, se si esclude la radio, dove lavoro ininterrottamente da quasi diciotto anni (Radio Popolare di Milano, per lo più), ho fatto tanti di quei lavori da avere uno di quei meravigliosi curriculum che ingenerano solo dubbi, domande e sospetti.
Sono giornalista, speaker, autore. Ho aperto e chiuso un’azienda con cui mi sono occupato, fra i primi in Italia, di internet (fra le altre cose, abbiamo fatto il sito del primo home-banking italiano, quello di Cariplo). Ho insegnato a Milano sia alla scuola di giornalismo che all’Istituto Europeo di Design (illustrazione e nuovi media). Ho scritto qua e là, co-diretto un’agenzia di comunicazione, e infine sono approdato al copywriting pubblicitario che, assieme alla radio, attualmente è ciò che mi da il pane e la maggior parte delle soddisfazioni.
Mi sono innamorato di San Francisco nei primi sette giorni in cui l’ho vista nel 2002, e ho deciso che qui avrei vissuto. Ci ho messo un po’, ma ora sono qui, con un visto favorevolissimo che mi ha aiutato non poco, quello da giornalista. Collaboro ancora con Radio Popolare: grazie a internet, fare radio da qui o da là non cambia nulla. Ho una web radio con l’amico e collega Disma Pestalozza, che attualmente risiede in Giappone (link alla radio http://c04st2c04st.net/), e continuo a lavorare come copywriter per un pugno di clienti che per ora non si son fatti spaventare (troppo) dal pregiudizio tutto italiano per la delocalizzazione. Inevitabilmente li perderò, ma nel frattempo dovrei avere modo per ricominciare daccapo qui che, contrariamente a Milano, è il posto che mi sono
scelto io.
Se non ci riesco, vuol dire che sono una schiappa. In ogni caso, indietro non si torna.

·Quindi, oltre che speaker per la radio italiana, sei giornalista a San Francisco. Lavori per un giornale locale o come freelance?
Lavoro come freelance per periodici italiani, anche se per adesso il mio principale lavoro per l’Italia resta la mia attività di copywriter pubblicitario. Attualmente non posso lavorare per aziende statunitensi: è il rovescio della medaglia del mio tipo di visto, che è Non-Immigrant.

luna_01·Cosa ti ha colpito così tanto di San Francisco, da farti venire il desiderio di viverci?
Difficile dirlo in due parole. Tutto parte dall’essere molto stufo dell’Italia, oltre che dall’assoluta mancanza da parte mia di qualsiasi senso di appartenenza per un paese che, nei fatti, non ho scelto.
Quando dieci anni fa sono arrivato qui come inviato dalla radio per una decina di giorni, mi sono stati sufficienti per decidere che questo era il posto giusto. Non mi dilungo sulla bellezza della città, sul fatto che non è mai troppo caldo o troppo freddo, sul vivere in uno dei posti dove si mangia meglio al mondo, dove i repubblicani non esistono, e c’è la sensazione di stare in un luogo dove le cose succedono per davvero, dove nessuno giudica o si lamenta. Forse, semplicemente, è solo una non-Italia.

·Quando hai deciso di voler vivere negli USA, come ti sei organizzato?
Ci ho provato per dieci anni, dopo quei fatidici dieci giorni, ma a un certo punto mi sono reso conto che le cose o le si fa o non le si fa. Quindi, quando ho avuto la certezza di poter lavorare per l’Italia da San Francisco (almeno per qualche anno), sono partito. Se non riuscirò a cavarmela nel lungo periodo allora vuol dire che sono una schiappa.

·Quindi non hai avuto nessuna difficoltà nella scelta di andare negli Stati Uniti, così lontano dalla tua città natale?
No, questo è proprio un problema che non mi sono mai posto, come dicevo prima: nessun senso di appartenenza, legami non così stretti. Davvero, non mi manca nulla di nulla. I pochi amici veri sono già quasi tutti in giro per il mondo, e gli altri preferisco che mi vengano a trovare qui, in un posto dove sono felice e non passo le mie giornate a brontolare.

too blue·Ti sei abituato subito alla nuova vita e ai ritmi della città?
Mi sembra di aver vissuto qui da sempre, non c’è nulla che non mi vada a genio. Certo, parlo di San Francisco, non degli Stati Uniti, un paese tanto grande che considerarlo tutto uguale sarebbe folle. Basta uscire dai confini dello stato o anche scendere un po’ in California ed è una barbarie. In Arizona e in Texas sono matti: hanno una passione per le armi così viscerale che è impossibile da catalogare.
San Francisco è una città in cui non passa un weekend senza che accada qualcosa di stupefacente; anzi, tante cose da poter addirittura scegliere. Lo scorso fine settimana ci sono state delle feste di piazza organizzate in occasione dell’eclissi di sole, due cacce al tesoro cittadine, una maratona in costume da duecentomila persone, una gita in bici fra i misteri della città in cui eravamo un migliaio.
E poi c’è quella sensazione che accada ogni giorno qualcosa, il fatto che, ogni volta che esce un disco, nel giro di due settimane trovi l’artista sotto casa che suona, una partecipazione collettiva alle cose della città sincera, spontanea, trascinante, sempre originale e viva. E traversale.
Insomma, non so se si coglie, “I’m in love with the city”.

·Hai visitato altri posti negli USA, oltre alla California?
Sono stato un po’ ovunque, per piacere e per lavoro. Un paese bellissimo da visitare, un posto dove, quando esci da una città, non trovi sobborghi e hinterland, ma la natura selvaggia, orizzonti senza fine, parchi sterminati, animali che siamo abituati a vedere solo nei documentari. E miglia e miglia e miglia di zone non abitate, una cosa che in Italia praticamente non esiste.
Non mi stancherei mai di viaggiare, qui.

·Ci descrivi un po’ la tua giornata tipo?
Qui si vive molto ‘con la luce‘, come i nostri nonni contadini: sveglia molto presto, a casa molto presto. Si tira tardi giusto di venerdì o di sabato (un ritmo che trovo davvero congeniale).
Quindi, mi sveglio all’alba, faccio colazione leggendo i giornali altrettanto presto, e lavoro circa fino alle due/tre del pomeriggio. Lavoro in casa, sia per scrivere, che per registrare (ho allestito un piccolo studio nella stanza degli ospiti, grazie a internet è come fossi a Milano). Dal primo pomeriggio faccio il turista, se così si può dire, anche se in realtà  non faccio davvero nulla tipico da turista, ma cerco di conoscer piano piano la città. Spesso, inoltre, di pomeriggio mi incontro con qualcuno per un paio di ore di conversation exchange: qui l’italiano è molto richiesto, quindi è semplice trovare qualcuno per migliorare il proprio inglese in cambio di un po’ di italiano.
Ovviamente c’è anche tanto studio, perché se voglio prima o poi trovare un lavoro qualificante qui senza dipendere dall’Italia, l’inglese scritto nel mio campo è fondamentale.

dawn&wharf·Hai avuto problemi a trovare casa in città?
Ecco, il primo luogo comune da smentire è proprio questo: la burocrazia in Italia non è nulla comparata con ciò che ti aspetta qui. Senza un telefono fatichi a trovar posto ovunque, devi aspettare la Social Security Card, che è ciò da cui tutto dipende (arriva per posta, in un mese circa), poi serve un conto in banca e possibilmente la patente (un documento che nei fatti ti rende statunitense agli occhi di chiunque).
A quel punto puoi cercare casa, che non è facile, sia perché qui, dal punto di vista abitativo, c’è la situazione più difficile degli Stati Uniti (poco spazio per costruire e tutto deve essere antisismico, i prezzi non sono paragonabili a quelli di altre città, eccezion fatta per Manhattan), sia perché sono un po’ rigidi.
Se arrivi quando non è la stagione degli affitti, che inizia a marzo, è praticamente impossibile trovare qualcosa. Inoltre, non esistono case piccole: vivere in un posto senza guest room (stanza degli ospiti), se non sei un ventenne, è considerato socialmente squalificante, e i monolocali sono solo dei tuguri provvisori. Insomma, forse quello della casa è l’aspetto più negativo. C’è da dire che invece con i soldi di una casa a Milano in qualsiasi altro posto degli Stati Uniti ne comperi almeno un paio.
Il lato piacevole di tanta burocrazia è che, anche se  tanta, è quasi gratis e non ci sono intermediari come da noi. Inoltre, è così per tutti: in fila in posta e in motorizzazione ci trovi sia il sindaco che il campione di basket.

·Saremmo curiosi di leggere un episodio particolare avvenuto in America.
Non c’è un episodio specifico. La cosa più stupefacente è salire su un aereo che torna in Italia e sentire le persone lamentarsi di San Francisco, snocciolare le idiozie immense che hanno fatto, parlare male di pasta e pizza, raccontare cose che io in dieci anni di frequentazione assidua non ho mai incrociato. E’ vero che le guide turistiche sono scritte male, ma ogni volta mi chiedo come diavolo viaggino certe persone per non riuscire a guardare al di là dei quartieri del turismo di massa e degli scenari da cartolina.
Davvero, ogni volta, è come se si fosse stati in due città differenti.

·Pensi di tornare in Italia in futuro?
Non so se deciderò di restare a vivere qui (e se eventualmente ci riuscirò), ma in Italia non tornerò, nemmeno da cadavere possibilmente.

golden gate saturation style·In base alla tua esperienza, cosa consiglieresti ai giovani italiani che sognano di vivere all’estero?
A tutti quelli che me lo hanno chiesto negli ultimi anni l’ho detto senza indugio: scappate prima che potete, e senza aspettare di avere il lavoro sicuro. Potreste anche farcela a trovarne senza muovervi da casa, ma è la classica scusa dietro alla quale ci si nasconde per non partire mai. Qui di lavoro, di un certo tipo di lavoro, ce n’è.
Si pensa sempre che per gli italiani all’estero ci sia spazio solo come cervelli in fuga o come geniali fondatori di una qualche start up che li possa rendere milionari, ma si tratta di gocce nel mare.
Qui ci sono tanti lavori normali, c’è tantissima manodopera specializzata, ci sono 1700 capocantieri italiani nella sola California, tantissimi sistemisti, programmatori: una classe lavorativa media che riesce a fare la differenza grazie a una formazione non super specialistica fino all’ossessione come quella che forniscono qui, che per certi versi è un grande valore aggiunto ma per altri è un grosso limite.

·Cosa suggeriresti a chi volesse fare un viaggio negli Stati Uniti? Qual è il periodo migliore e il luogo che merita assolutamente di essere visitato?
Impossibile una risposta univoca e breve, gli Stati Uniti sono un posto enorme, con molta più differenza fra stato e stato di quella che incontreremmo in Europa.
Dipende da perché si viaggia, come si viaggia, e da che tipo di viaggio si vuole fare. Mi limito a dire che se venite a San Francisco, lasciate stare agosto: è l’unico mese dell’anno in cui piove sempre. Per il resto, se passate da qui, è più semplice che mi mandiate una mail e non vi farò mancare qualche buon suggerimento.
In generale, gli Stati Uniti sono il luogo in cui ogni genitore dovrebbe portare i propri figli in vacanza, a visitare parchi nazionali e musei. Hanno una spiccata predisposizione per gli aspetti educational del turismo e hanno le risorse, non solo naturali, perché sia tutto grandioso. Ogni volta che vado da qualche parte mi rammarico per non esserci stato da piccolo.
Un consiglio per San Francisco: imperdibile l’Academy of Sciences di Renzo Piano. Andateci alla mattina presto e aspettatevi di non uscirne prima di metà pomeriggio.

seabordRingraziamo Cristiano per la sua disponibilità e per la bella intervista che ha rilasciato.
Se volete contattarlo, questo è il suo blog: http://coserosse.net/c/
Mentre le sue foto le trovate qui: http://www.flickr.com/photos/cristi4nov4lli/

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