Intervista: Elena, mamma nella terra dello Stregatto

Ho “incontratoElena su Instagram, e sono rimasta affascinata dalle sue splendide foto, ambientate in paesaggi fiabeschi della campagna inglese. Per motivi di privacy non posso mettere il link al suo account, per cui godetevi l’intervista e la selezione di foto qui sotto.

·Ciao Elena! Raccontaci di te.
Sono nata a Milano, dove vivevo prima di trasferirmi all’estero. Sono una biologa e in Italia lavoravo come ricercatore in una multinazionale farmaceutica. Amavo la mia città e non avrei mai pensato di andarmene, anche se non nascondo di avere sempre sognato di vivere per qualche anno altrove. Le cose sono cambiate quando la mia vita è stata scossa da una serie di accadimenti tristi. Mi sono ritrovata amareggiata e delusa dal mio paese, avevo solo voglia di mollare tutto e andarmene. Ho cercato di approfittare di questo umore distruttivo per costruirmi qualcosa di nuovo. Sapevo che il modo migliore per cominciare la mia nuova vita all’estero era partire dallo studio, perciò ho cominciato a cercare un posto da dottorando inizialmente in Svezia e successivamente in Germania. E’ chiaro che durante questa lunga ricerca, durata quasi un anno, ero colta da enormi dubbi e nostalgia preventiva, ma sapevo che andarmene era ciò che desideravo e soprattutto era il momento giusto. Infatti, nonostante i 33 anni suonati, vivevo sola, senza un compagno né tanto meno figli. Certamente la paura di fallire era tanta, ma se non avesse funzionato sarei sempre potuta tornare indietro, e questo unico pensiero bastava a darmi coraggio.
A meta’ della mia ricerca ho conosciuto il mio attuale partner e, dopo un anno di pendolarismo tra Milano e Stoccolma, insieme ci siamo trasferiti in Germania. Inizialmente ho vissuto per conto mio a Monaco di Baviera, poi ci siamo trasferiti entrambi nella Renania Settentrionale-Vestfalia, una regione che confina con l’Olanda e il Belgio. In Germania ho conseguito il dottorato a cui tanto aspiravo ed è nato il mio primo figlio. Dopo tre anni, quando il mio bambino aveva quasi quattro mesi, abbiamo deciso di ripartire e di riprovare a vivere altrove. Abbiamo vissuto un periodo di transizione vicino a Zurigo, durante il quale abbiamo messo a prova la Svizzera come futuro domicilio, e dopo quasi un anno e mezzo siamo ripartiti alla volta dell’Inghilterra, dove viviamo tuttora da quasi due anni.

·Al momento in che zona abitate dell’Inghilterra?
Abitiamo nel Cheshire, una contea a nord-ovest, situata tra Liverpool e Manchester. Credo che in Italia questa zona sia nota solo per il famoso gatto di “Alice nel paese delle meraviglie” (lo Stregatto, che in originale è chiamato Cheshire Cat). Non è un caso che l’autore Lewis Carroll fosse nativo proprio del Cheshire e in particolare della cittadina di cui fa parte anche il nostro villaggio.
Siamo venuti ad abitare qui inizialmente solo per un periodo limitato, dato che desideravamo prendere casa altrove. Poi si è rivelato più complicato del previsto, sono passati i mesi e alla fine siamo rimasti, e quella che era una soluzione provvisoria è divenuta semi-definitiva. Forse il non avere scelto consapevolmente questo posto me l’ha fatto inizialmente detestare. Ne vedevo la bellezza, ma preferivo non riconoscerla. Con il tempo ho cominciato ad apprezzarne gli aspetti più pittoreschi e a fotografarli, forse anche nella consapevolezza che non resteremo a lungo.

·Germania, Svizzera e Inghilterra. Sei una gran viaggiatrice! Come vivi lo spostamento tra tanti paesi diversi?  
In principio in Germania è stato difficile, conoscevo un po’ di tedesco perché l’avevo studiato a scuola (ho frequentato un liceo linguistico sperimentale), ma ovviamente utilizzarlo nella vita di ogni giorno è tutta un’altra cosa. Alla comunicazione difficoltosa si aggiunge poi il fatto che non si conosce il sistema di vita, non si sanno come o dove fare determinate cose. E poi, naturalmente, passata la prima ondata di entusiasmo si e’ colti da una terribile nostalgia di tutto, dal profilo dei monti al cappuccino sotto casa.
Passati i mesi e poi gli anni, però, ci si abitua alla vita, la lingua migliora e ci si comincia a sentire a casa. Dopo la nascita del mio bambino le cose si sono fatte più complicate, i ricordi della nascita e delle prime esperienze del proprio figlio ancorano ad un luogo e rendono le partenze anche più dolorose: sinceramente non avevo più voglia di ripartire e ricominciare.
Il periodo trascorso in Svizzera per me è stato decisamente duro: non lavoravo più, quindi non avevo un contatto costante con le persone, e poi la mia flessibilità e libertà di esplorare erano limitate dalla presenza di un bambino piccolo con tante esigenze. Sicuramente anche la mentalità piuttosto chiusa della popolazione non ha aiutato.
In Inghilterra le cose sono state più facili, dato che il mio partner è inglese, la lingua la parlo senza problemi e molto (ma non tutto!) ci era noto. Però le difficoltà ci sono state eccome, dato che la mentalità e il sistema di vita britannici sono molto diversi rispetto all’Europa continentale.
Per esperienza personale credo che i primi 12-18 mesi in un paese estero siano i più duri. Se si ha una conoscenza base della lingua e la costanza di utilizzarla ogni giorno in un anno si migliora moltissimo; ovviamente la capacità di comunicare è cruciale per l’integrazione.

·Com’è studiare all’estero? Perché infine hai scelto di andare in un università in Germania?
Inizialmente, per ragioni personali, avevo scelto la Svezia ed è lì che ho conosciuto il mio partner. In realtà la mia vita in Svezia non è mai cominciata, dato che il mio partner ha ricevuto un’offerta di lavoro in Germania e abbiamo deciso di partire insieme. I paesi nord-europei mi sono sempre piaciuti e ho sempre avuto una passione per la lingua tedesca; l’idea di trasferirmi in Germania mi ha sempre allettato perché desideravo imparare bene la lingua e perché sapevo che ottenere un posto da dottorando non sarebbe stato così difficile come in Italia, dove i posti disponibili si contano spesso sulle dita di una mano.
In Renania ho svolto il mio progetto di dottorato in un gruppo di ricerca della clinica universitaria di una grossa città. Il dottorato tedesco non richiede la frequentazione di veri corsi universitari, ovviamente c’erano seminari, brevi lezioni da tenere, congressi, ma questo fa comunque parte del lavoro del ricercatore. Ho scritto e presentato la mia tesi in inglese, lingua con la quale ero decisamente più a mio agio, credo che ormai sia possibile farlo ovunque in Germania.
Le strutture universitarie in Germania sono decisamente buone, fino a pochi anni fa i corsi universitari erano gratuiti, poi sono state introdotte delle tasse, che a paragone con le nostre (o con quelle inglesi, che sono molto alte) sono comunque ridicole. Il pagamento delle tasse universitarie di un semestre del mio corso di dottorato, poi, includeva anche un abbonamento semestrale ai mezzi pubblici.
In generale ho avuto un’ottima esperienza, per quanto gli inizi siano stati difficili. Il mio capo era una persona molto comprensiva e sensibile. Credo che le persone malvagie esistano ovunque, ma per me è stato confortante non ritrovarmi davanti l’ennesimo capo insensibile e vendicativo a cui ero tanto abituata in Italia. Anche negli incontri con le persone ci vuole fortuna, e posso senz’altro dire che in Germania ne ho avuta spesso.

·Quando hai deciso di voler andare all’estero, come ti sei organizzata?
Dalla decisione all’effettivo trasferimento è passato più di un anno. Quando ho deciso di voler partire ho cominciato innanzitutto a cercare lavoro: per me era inconcepibile partire senza. Inizialmente ho risposto a diverse inserzioni trovate sui siti di aziende farmaceutiche, poi ho capito che avrei dovuto adattarmi, così ho cominciato a cercare un posto da dottorando. Avevo 33 anni abbondanti, ero laureata e lavoravo già da otto anni, perciò ho dovuto fare un passo indietro per farne uno avanti. Nonostante l’età, non ho avuto difficoltà a trovare un posto da studente: all’estero non è così strano che a una certa età si ricominci a studiare per migliorare (o cambiare) la propria carriera. Una volta trovato il posto, ho lasciato il mio appartamento, mi sono licenziata e ho sbrogliato la burocrazia; nel giro di due mesi ero in Germania. Inizialmente ho chiesto una camera in un alloggio per studenti, poi con calma ho cercato un appartamento. Ho avuto la fortuna di avere dei colleghi molto disponibili, i quali mi hanno aiutata, consigliata e persino accompagnata a visitare appartamenti.

·Finora quale paese ti è piaciuto di più tra quelli in cui hai vissuto?
Chiunque mi conosca, sa che ho un affetto particolare per la Germania. Viverci è stato tutt’altro che facile, ho avuto grandissimi momenti di sconforto e di solitudine, però dopo tre anni ero riuscita a sentirmi a casa. E poi ho avuto un’esperienza molto positiva con il sistema sanitario, soprattutto durante la gravidanza e dopo la nascita del mio bambino, non solo per l’efficienza, ma anche per l’empatia e la sensibilità di medici e infermieri. In Germania non c’è solo inflessibilità e amore per le regole, ma anche rispetto della società e del prossimo.

·E’ difficile crescere dei bambini in un paese straniero?
Sicuramente ci sono più agevolazioni per la famiglia. In Germania, ad esempio, tutti i residenti ricevono 184€ al mese per ogni figlio (di più dal terzo figlio in poi). In Inghilterra invece si ricevono 81.20 sterline al mese per il primo figlio e 53.60 sterline al mese per ogni altro figlio.
Per quanto riguarda la scuola, mio figlio maggiore ha ancora tre anni e ha cominciato ad andare alla “nursery” (l’asilo nido da 0 a 3 anni) quando ne aveva due. Le nursery sono per lo più private e hanno costi piuttosto elevati in Inghilterra, e decisamente estremi in una città come Londra. Qui da noi costa circa 550 sterline per 25 ore settimanali e due pasti inclusi. A tre anni si comincia la “pre-school” e i costi cambiano: esistono dei posti pubblici ma, poiché non sono sufficienti per tutti, il governo rimborsa 15 ore settimanali per 38 settimane di frequenza all’anno, nel caso in cui si debba frequentare una pre-school privata. La scuola dell’obbligo comincia con la “reception class” tra il quarto e il quinto anno di età (un anno per lo più d’introduzione alla scuola, in cui il gioco è ancora parte preponderante). Le scuole pubbliche sono gratuite, la divisa deve essere acquistata, ma esistono fondi e agevolazioni per le famiglie meno abbienti.
Il sistema sanitario nazionale britannico è interamente gratuito (non ci sono ticket di sorta), non esiste la figura del pediatra ma solo quella del medico di famiglia che cura dal bambino all’anziano. Inizialmente questo sistema mi lasciava perplessa, ma abbiamo un medico fidato e ora sono piuttosto soddisfatta. Le vaccinazioni per i bambini sono simili in tutta Europa, con la differenza che all’estero nessuna e’ obbligatoria (ma tutte comunque fortemente consigliate).

·C’è stato un paese in cui hai avuto più difficoltà a ottenere il visto e a trovare casa?
In Europa non c’è necessità di richiedere visti né permessi per potere vivere o lavorare. Ci si trasferisce senza vincoli di sorta e persino senza lavoro. In Germania è richiesta l’iscrizione al registro dei residenti. Con quella, con il mio passaporto e il mio contratto a tempo determinato ero riuscita ad aprire un conto in banca e ad affittare un appartamento. Per il contratto avevo avuto bisogno di molte più scartoffie: traduzione autenticata dei titoli di studio, del titolo della tesi di laurea, del certificato penale, del certificato di nascita, del certificato di residenza. Ulteriori difficoltà le ho avute quando ho fatto la domanda per lo stipendio di maternità e per gli assegni familiari. Sicuramente la burocrazia tedesca è intricata, ma ho sempre trovato impiegati disposti a rispondere a ogni mio quesito per telefono o per e-mail, e con pazienza si fa tutto.
In Svizzera la burocrazia è ancora più complicata: si deve innanzitutto richiedere un permesso di soggiorno, senza il quale non si può fare nulla, e poi si ha un anno di tempo per cambiare la patente europea con quella svizzera.
In Inghilterra le cose sono apparentemente più semplici, perché non esiste nemmeno un certificato di residenza, ma basta una bolletta a dimostrare dove si vive. In realtà, le cose spesso si complicano proprio per l’assenza di documenti ufficiali, per cui la banca non apre un conto perché non si ha una bolletta, ma non si può avere la bolletta finché non si ha una residenza e non si può avere una residenza perché non si ha un conto in banca. In generale esistono modi per aggirare le difficoltà, ma e’ ovvio che per gli stranieri può essere davvero esasperante.

·Come vedi il tuo futuro? Pensi di rimanere all’estero o tornare in Italia?
Sono passati più di 6 anni e per me l’Italia non è più casa: “casa” è dove c’è la mia famiglia e dove si svolge la mia vita quotidiana. La malinconia negli anni sbiadisce. Anche se qualcosa manca sempre, si ha soprattutto nostalgia dei ricordi, di qualcosa che comunque non c’è e non ci sarà più. Me ne sono andata per scelta, in Italia non ero più felice perché non vedevo solidarietà né senso comunitario, ma soprattutto furbizia e individualismo. Perciò, nonostante le difficoltà di vivere all’estero non credo tornerei in Italia. Sono partita cercando di pensare che sarei potuta tornare indietro, ma in fondo sapevo di avere in mano un biglietto di sola andata.

·In base alla tua esperienza, cosa consiglieresti ai giovani italiani che sognano di vivere all’estero?
Per andare all’estero ci si deve comunque adattare. Ovviamente il grado di adattamento dipende dalla propria professionalità. Chi ha un lavoro di tipo scientifico, tipo il mio, riuscirà a trovare più facilmente un posto da dottorando, più difficile è trovare un posto in un’azienda, se non da stagista. Nel mio caso non mi ero limitata a cercare inserzioni, ma avevo visitato i siti delle università, cercato i gruppi di ricerca che più mi interessavano e scritto ai professori responsabili. Proprio grazie alla mia offerta volontaria ho trovato il posto in cui ho poi conseguito il dottorato. La conoscenza dell’inglese è quasi data per scontata, ovunque si vada. E’ ovvio che se si svolge un lavoro a contatto con il pubblico è necessaria anche la conoscenza della lingua del posto.

·Cosa suggeriresti a chi volesse fare un viaggio in Inghilterra?
Io direi che tutta l’Inghilterra merita di essere visitata. La stragrande maggioranza degli italiani (e non solo) sceglie Londra, per ovvie ragioni. In realtà esistono posti bucolici come il Lake District nella contea Cumbria, città pittoresche come York, Chester qui nel Cheshire, poi Oxford, Winchester, oppure le coste meravigliose della Cornovaglia. Credo che ogni posto, persino il piccolo villaggio in cui viviamo noi, nasconda comunque delle vere perle.

Grazie mille Elena per il tempo concesso e la gentilezza dimostrata! A presto per altre interviste degli Italiani all’Estero.

8 Comments
  • Grazie a tutti per i commenti!
    Sono contenta che l’intervista sia piaciuta! Se siete curiosi di saperne di più su altre zone nel mondo, continuate a leggere le interviste cliccando sul tag “Italiani all’Estero”.

  • Peter

    Sto pensando anch’io di spostarmi in Inghilterra, sono anglo-italiano, non più giovanissimo, non sono solo ma nonostante ciò la mia determinazione è molto forte. In Italia non mi manca niente davvero ma mi manca davvero tutto, non sono le cose materiali… In Inghlterra vado spessissimo, tra l’altro sono stato nel Cheshire proprio a Maggio…Amo tutto della mia amata Inghilterra, la campagna, le citta, le persone , la cultura e perfino il cibo!! Ormai è come se vivessi li con la mente e qui con il corpo, ascolto solo radio inglesi, guardo solo programmi televisivi inglesi, appena posso ci vado… ma non è facile spostarsi quando hai già 36 anni ed hai dei legami forti qui, è una sfida che comunque voglio ostinarmi a vincere è la ia vita…

  • Bellissima intervista, grazie a entrambe!

    • Grazie a te per averla letta! Hai visto anche le altre, sempre con il tag “Italiani all’Estero”?

  • Bellissima intervista e e grandi foto.
    Elena ha ragione: la Svizzera è molto burocratica (ci ho vissuto un tot di anni) ma una volta superato quello scoglio è tutta acqua liscia.
    L’Inghilterra è sempre nel mio cuore…

    • cowdog

      grazie Giovy 🙂
      purtroppo noi (per via di una situazione lavorativa peculiare) la burocrazia svizzera ce la portiamo ancora dietro dal 2009 O_O
      la svizzera e’ bellissima: certi paesaggi mi sono rimasti nel cuore, purtroppo pero’ ci siamo resi conti che non era posto per noi.

  • Belle foto, bell’intervista e bei racconti ! Grazie Sabrina e grazie Elena …
    E poi, si sa, sono particolarmente sensibile sul tema ora !!!

    • cowdog

      io direi soprattutto grazie Sabrina per la gentilezza e la bella idea.
      (e grazie a te)