«Beviamo, nel frattempo, una sorso di tè. Lo splendore del meriggio illumina i bambù, le sorgenti gorgogliano lietamente, e nella nostra teiera risuona il mormorio dei pini. Abbandoniamoci al sogno dell’effimero, lasciandoci trasportare dalla meravigliosa insensatezza delle cose.»

21.IX La cerimonia del tèIn origine il tè fu medicina, per poi trasformarsi in bevanda. Nella Cina dell’VIII secolo entrò a far parte del regno della poesia come uno dei passatempi raffinati. Nel XV secolo il Giappone lo elevò a religione estetica, il tèismo, un culto fondato sull’adorazione del bello, i cui ideali raggiungono il culmine nella cerimonia del tè (cha no yu 茶の湯).

La stanza del tè
In giapponese, la stanza del tè è chiamata sukiya (数奇屋). I caratteri originari significano Dimora delle Fantasia, ma successivamente i diversi maestri del tè li sostituirono in base alla propria concezione della stanza del tè, diventando Dimora del Vuoto oppure Dimora dell’Asimmetrico. E’ Dimora della Fantasia in quanto struttura effimera costruita per ospitare un impulso poetico, del Vuoto in quanto priva di ornamenti, e dell’Asimmetrico perché consacrata al culto dell’imperfetto.
Nel XVI secolo il rituale della cerimonia del tè fu perfezionato da Sen no Soeki, il più grande fra tutti i maestri del tè, generalmente conosciuto con il nome da lui successivamente assunto di Sen no Rikyū (千利休).
Inizialmente la stanza del tè non era che una parte del soggiorno, isolata da paraventi. La sukiya, invece, è composta dalla stanza del tè vera e propria, progettata per accogliere non più di cinque persone; da un’anticamera (mizuya 水屋), nella quale gli utensili vengono lavati e preparati; da un portico (machiai 待合), dove gli ospiti attendono l’invito a entrare, e infine da un sentiero nel giardino (rōji), che collega il machiai alla stanza del tè.
Quest’ultima è più piccola della più piccola casa giapponese e i materiali con cui è costruita devono dare l’impressione di una raffinata povertà: tutto questo, però, è il risultato di una profonda elaborazione artistica e i dettagli sono frutto di una cura più grande di quella utilizzata nella costruzione di templi e palazzi sontuosi.
La stanza del tè non solo si differenzia da qualunque opera dell’architettura occidentale, ma è anche in forte contrasto con la stessa architettura classica giapponese. L’origine della semplicità della sukiya deriva dal tentativo di emulare il monastero zen, il cui tempio è una stanza vuota, a eccezione di una nicchia centrale dietro l’altare, nella quale si trova una statua di Bodhidarma, il fondatore del Buddhismo Zen. I fondamenti della cerimonia del tè risalgono proprio al rituale dei monaci zen, che bevevano a turno dalla stessa ciotola davanti all’immagine di Bodhidarma.
L’ospite, attraversando il rōji, si avvicina silenziosamente: se è un samurai, lascerà la spada prima di entrare, farà un profondo inchino e si introdurrà nella stanza per una piccola porta non più alta di un metro. Questa norma valeva per tutti gli ospiti, importanti o modesti, e aveva lo scopo di infondere umiltà. Gli ospiti, entrati uno alla volta in silenzio, si siedono dopo aver reso omaggio al dipinto o alla composizione floreale nel tokonoma (床の間).
La definizione di Dimora del Vuoto ha in sé il concetto della necessità di un continuo mutamento dei motivi decorativi: la stanza del tè è vuota, a eccezione di quanto vi si trova temporaneamente, per soddisfare un certo stato d’animo estetico. La semplicità della stanza del tè, dalla quale è bandita ogni volgarità, la rende un autentico santuario, lontano dagli affanni del mondo esterno. In essa e solo in essa possiamo consacrarci all’indisturbata adorazione della bellezza.

Opere d’arte e fiori
I maestri del tè collezionavano solo le opere d’arte che rientravano nei loro gusti personali e le custodivano come tesori con religioso riserbo; spesso era necessario aprire numerose scatole, l’una dentro l’altra, per arrivare all’involucro di seta tra le cui morbide pieghe veniva conservato il sancta sanctorum. L’oggetto era raramente esposto alla vita, e in tal caso ai soli iniziati.
Quando un maestro del tè ha disposto un fiore in un modo che lo soddisfa, lo colloca nel tokonoma , il posto d’onore nella stanza. Accanto a esso non metterà nulla che possa interferire con l’effetto prodotto, neppure un dipinto, a meno che non abbia un particolare motivo estetico per accostarli. Il fiore nel tokonoma è come un principe sul trono: gli ospiti o i discepoli che entrano nella stanza lo saluteranno con un profondo inchino, prima di rivolgersi al padrone di casa. Quando il fiore appassisce, il maestro lo affida teneramente al fiume, oppure lo seppellisce con ogni cura. Con il perfezionarsi del rito del tè sotto Sen no Rikyū, alla fine del XVI secolo, anche l’arte di disporre i fiori giunge a pieno sviluppo, diventando uno dei componenti fondamentali del rituale estetico.

Fonte: The Book of Tea (茶の本) di Kakuzō Okakura (岡倉 覚三)

Link utili in italiano:
·Cerimonia del tè – spazioinwind
·Cha no Yu – judofujiyama

Link utili in inglese:
·The Japanese tea Ceremony

1 Comment
  • Lauretta

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