L’al di là in Giappone: i morti inquieti

Dopo la morte, alcune anime non potranno mai varcare la soglia ultima dell’altro mondo: la società dei morti non le vuole così come i vivi le temono e le respingono.
La loro situazione di angoscia esistenziale, e non l’Inferno, è la vera negazione del Paradiso; per volere o per caso, questi spiriti in pena hanno rifiutato la vita o l’hanno amata troppo, e sono morti male: perciò sono costretti in una situazione di ambiguità esistenziale fra vita e morte, infestano i margini del mondo dei vivi e cercano di penetrarvi.
L’immaginazione popolare li vede che vagano inquieti nell’intrigo del sottobosco o che aspettano in quelle zone scure da cui si sente trapelare qualcosa di non pienamente conoscibile, una realtà inquietante, una potenzialità fuori controllo.
Di questa categoria di esseri fanno parte le anime dei bambini morti, i mizuko (水子), e gli spiriti senza discendenza, i muenbotoke (無縁仏): lo spirito muenbotoke in vita era un emarginato perchè, non essendo primogenito, era automaticamente escluso dalla linea di successione. Doveva diventare indipendente e fondare un suo nucleo familiare ma non l’ha voluto fare ed è rimasto solo nella vita, mal tollerato dall’erede capo-famiglia che ha sempre sospettato in lui un potenziale rivale in autorità. La sua solitudine continua nell’aldilà: spirito anonimo, muen (senza legami sociali), è stato in fondo defraudato anche di una buona morte, perchè non ha nessun erede che possa curarsi dei riti alla sua memoria e guidarlo nel mondo degli antenati.
Vi è un rapporto di somiglianza e di antitesi tra i muenbotoke e gli spiriti dei bambini mai nati: ambedue non si sono integrati nel mondo dei vivi e, in modo speculare, non possono far parte del mondo dei morti.
I muenbotoke dovevano andarsene dalla famiglia, mentre i mizuko dovevano entrare a farne parte: questi due casi hanno rappresentato in vita il fattore di devianza dalla norma, il fallimento dell’etica della famiglia e, in proiezione, della società.
Non possono avere salvezza nel mondo “altro” degli antenati: con una logica spietata, la loro condizione in vita ai margini dello ie (家) ha stabilito meccanicamente il loro destino ultraterreno.
Ma vi sono ancora altre presenze angoscianti che aprono dei varchi nei confini della vita quotidiana e ne minacciano la sicurezza: i goryō (御霊), ombre di amanti colpevoli, di guerrieri abbacinati da un sogno di gloria, di cortigiani irretiti nelle trame del potere, di donne tradite negli affetti, fermati da una morte violenta e improvvisa.
Secondo la logica delle obbligazioni sociali, o secondo le convenzioni della morale, la loro morte era inevitabile, ma il loro destino è stato in qualche modo ingiusto: altri fattori sono entrati in gioco e gridano vendetta.
La fantasia popolare si rassegna da una parte all’ineluttabile concatenazione degli eventi che ha portato alla tragedia, ma dall’altra non li lascia morire del tutto: li fissa nell’immobilità dell’istante che fu loro fatale e li immagina come fantasmi che ossessionano i loro persecutori.
I vivi aborriscono questi morti, eppure li giudicano innocenti: non hanno commesso nessun delitto in vita, ma una concatenazione di eventi più forti di loro e la morte, li hanno resi così.
Questi spiriti assillano i vivi, appaiono come fantasmi, yūrei (幽霊), assumono forme mostruose, possono entrare nel cadavere di un uomo e rianimarlo, perchè la natura liminale delle due condizioni rende l’associazione possibile e non corregge l’anomalia ma la moltiplica.
Il loro temperamento è carico di malizia, di rancore, di desiderio di vendetta: minacciano gli uomini con le loro maledizioni, sono causa di pestilenze, riescono a possedere una persona e lentamente la consumano da dentro, la fanno ammalare e infine la uccidono.
Per le loro caratteristiche, questi spiriti inquieti sono simbolicamente associati ai mushi (虫), gli insetti: come le anime in pena, sono innumerevoli, indistinti, non hanno individualità.
Nei villaggi si celebra il rito collettivo del mushi okuri per l’espulsione simbolica degli insetti nocivi; si svolge di notte (il tempo “altro”), d’estate (la stagione dei morti), precede il bon (il tempo del ritorno degli antenati), il ruolo principale è dato ai bambini (esseri ancora marginali alla società) che portano in processione per i campi le torce accese: tutti richiami simbolici che caratterizzano il rito come un vero e proprio esorcismo dei morti maligni.Nel pensiero buddhista tutte queste anime inquiete sono condannate a vivere nel livello più basso del ciclo delle rinascite: sono gaki (餓鬼), spiriti con il ventre gonfio e il collo strettissimo, sempre affamati, perchè in realtà rosi da un insaziabile desisderio di esistenza.
Come un’ideologia forte costruisce il discorso della propria legittimazione attraverso il culto degli antenati, paradigma di un’organizzazione sociale rigida e gerarchica, così dietro le immagini di pena delle larve dell’oltretomba si cela un’inquietudine più penetrante.
Quando l’immaginario dei fantasmi dei morti inquieti diventa una visione diffusa ed i mostri dilagano nella fantasia popolare è segno di un’angoscia più profonda: è interessante notare che le storie di fantasmi diventano un soggetto letterario diffuso e apprezzato in Giappone verso la metà del XVIII secolo.
Nelle stampe, come nei racconti e nelle rappresentazioni del teatro kabuki di quel periodo, emerge il gusto artistico per la mostruosità paurosa e per le realtà più angosciose e ambigue della morte: è il momento storico che segna il declino irreversibile della società Tokugawa e la crisi della cultura tradizionale giapponese.
La prima reazione della società dei vivi verso questa categoria di morti è di negarli e allontanarli: i riti verso le anime inquiete sono prima di tutto azioni di esclusione.
I muenbotoke non hanno tavolette proprie sull’altare degli antenati, si offre loro riso crudo e non cotto come per gli altri morti benevoli, i famigliari non condividono i cibi offerti a queste anime, danno loro acqua e non the o sake.
Spesso però un atteggiamento di rifiuto non è sufficiente per contrastare l’azione subdola e maligna dei morti senza pace; lo spirito inquieto esprime, con la sua cattiveria, il desiderio bruciante di instaurare con i vivi quel rapporto sociale che gli è rifiutato.
Relegati ai margini della distinzione tra morte e vita definitive, i muenbotoke, i gaki, i goryō, impongono la stessa confusione di categorie e portano malattie, pestilenze, disastri.
La morte che infliggono, violenta e improvvisa, crea altri morti inquieti: più trascinano i vivi nella loro dimensione e più sono respinti, più sono respinti e più diventano aggressivi e maligni, in un processo che può non finire mai.
L’unico modo per porvi fine è che i vivi ristabiliscano con questi spiriti l’equilibrio dello scambio simbolico; così, quando malattie, disgrazie economiche e morti improvvise cominciano ad abbattersi sulla famiglia, quando pestilenze, carestie e terremoti affliggono il paese, i vivi si rassegnano ad accondiscendere alla volontà dei morti inquieti e cercano di bilanciare l’eccesso dell’azione dei morti con una contro-azione altrettanto fuori del normale.
Nel nucleo familiare il muenbotoke comincia ad essere trattato come se fosse un vero antenato; parallelamente nella comunità si svolgono riti quali l’okatabuchi (御方打), il koto koto, il kapa kapa, il namahagematsuri.
Il processo di controllo dei goryō è più complesso: il morto deve essere ricompensato e gli si dà simbolicamente cioè che la morte ingiustamente gli aveva sottratto; si cerca di realizzare il suo sogno di un tempo, gli si attribuiscono postumi onori che aveva agognato e che la morte improvvisa gli aveva impedito di raggiungere.
Non si è mai sicuri che la sua anima sia veramente placata, potrebbe esserlo ma solo momentaneamente, i vivi possono essere certi di averlo pacificato solo attribuendogli lo status più importante nella gerarchia sociale dell’aldilà: così il goryō viene deificato e venerato come wakamiya (若宮), giovane kami.
Placato, il goryō diventa un essere buono, che protegge gli uomini proprio contro quei pericoli di cui un tempo era la causa; nell’epoca Heian la pratica buddhista del Nenbutsu era considerata una delle forme rituali più potenti per proteggere i vivi contro i morti inquieti e soprattutto contro i goryō: la cerimonia aveva il potere di condurre le anime sotto la protezione del Buddha Amida e di farle entrare nel Paradiso della Terra Pura.

 

 

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