I 4 libri della mia estate

Bookaholic in summer time~

Leggere d’estate, nascosta sotto l’ombra di un albero o sdraiata a due passi dalle onde del mare, è uno dei piaceri che mi regala questa stagione. Ho iniziato a giugno seguendo Oskar nelle sue spedizioni newyorkesi, sono finita in un mondo da incubo in cui l’unica cosa rimasta era seguire la strada diretti verso il mare, a luglio sono tornata indietro nel tempo nell’Inghilterra degli anni 70 e infine ad agosto mi sono lasciata trasportare in un Giappone onirico segnato dalla tragedia di un terremoto.
In verità, ho anche letto “L’America non esiste” di cui ho scritto già una recensione, la trovate QUI. Ah, e ho terminato il quarto libro della saga di Martin (esatto, quella che adesso tutti chiamano Game of Thrones, anche se quello è solo il primo libro)! Ora aspetto che si decidano a pubblicare tutto il quinto volume, che l’edizione italiana deve dividere un libro in tre volumi singoli senza un perché!

Books are a uniquely portable magic~


Molto forte, incredibilmente vicino

Titolo originale: Extremely Loud and Incredibly Close
Autore: Jonathan Safran Foer
Genere: storico, psicologico
Anno: 2005

La storia inizia con le parole del piccolo Oskar che “fa le invenzioni”, una camicia di becchime per volare oppure il cuscino collegato a uno stagno di New York così che tutte le lacrime possano riempirlo e si possa misurare la tristezza della città. Oskar ha perso suo padre nel crollo delle Torri Gemelle. Per un caso fortuito, si ritroverà con un indizio, per quanto misero, con cui inizierà una ricerca per scoprire o forse “ritrovare” suo padre, al quale non si decide a dire addio nonostante siano trascorsi ormai due anni dalla morte.
Il romanzo si dipana in tante direzioni quante sono le vite che Oskar incontra nel suo peregrinare instancabile, utilizzando vecchie fotografie e un’impaginazione fuori norma, come Foer è solito fare. Attraverso gli occhi di un bambino particolarmente intelligente (ma pur sempre infantile) e le parole di un vecchio che non è riuscito a vivere, il libro indaga anche l’oscurità della Seconda Guerra Mondiale e dell’Olocausto, ma in generale il male di tutte le guerre e il dolore dei sopravvissuti per la perdita delle persone amate.
Un romanzo non facile e una narrazione discontinua che molto spesso mette alle corde e quasi costringe a mollare la presa per riprendere fiato, per correre ad abbracciare chi amiamo e dirglielo, perché non si deve mai dare per scontato.

« (—), la distanza che si è incuneata fra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme, ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l’ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? Io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato.»

La strada

Titolo originale: The road
Autore: Comac McCarthy
Genere: distopico
Anno: 2006

Un padre e un figlio. Un mondo desolato, morto, nero. Solo la strada da seguire, portando il fuoco. Una scrittura scarna, diretta, come l’ambiente in cui i protagonisti sono costretti, senza luce, senza speranza. Andare avanti, camminare, resistere al freddo, alla fame, alla violenza dei sopravvissuti divenuti cannibali, e ogni giorno rinnovare dentro di sé lo spirito di conservazione, che è insito in ogni essere vivente.
Una storia densa del nulla di un futuro apocalittico, che fa sentire la mancanza del mondo come lo conosciamo, dei colori, della vita, perché tutto è diventato scuro, spento, e il fuoco è tornato al suo primordiale valore: portatore di calore e di futuro.
Dal libro è stato tratto l’omonimo film, decisamente fedele al romanzo, entrambi consigliati, se non altro per apprezzare quello che giorno dopo giorno diamo per scontato, e riscoprire la bellezza della natura che rifiorisce ogni istante sotto i nostri occhi.

«Tutto sfumava nell’oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l’asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo. Abbassò il binocolo e si tirò giù la mascherina di cotone dal viso, si asciugò il naso con il polso eriprese a scrutare la zona circostante. Poi rimase seduto lì con il binocolo in mano aguardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato

 La banda dei brocchi

Titolo originale: The Rotter’s Club
Autore: Jonathan Coe
Genere: storico, di formazione
Anno: 2001

Un romanzo che torna all’Inghilterra degli anni 70, squassata dagli scioperi nelle fabbriche, dagli attentati dell’IRA, dall’avvento del punk. Il protagonista principale, Benjamin Trotter, frequenta un liceo di Birmingham alquanto prestigioso, e divide le sue giornate tra lo studio, le aspirazioni da compositore e da scrittore, l’amore non ricambiato per la bella della scuola e gli amici (con cui forma “la banda dei brocchi“). Il libro segue le vicende dei ragazzi, spostando l’attenzione dall’uno all’altro, spesso avvalendosi anche dell’attività di Benjamin che presta le sue storie alla narrazione.
Quella che Coe dipinge è un’Inghilterra passata, a tratti ingenua (nel tentativo di combattere il sistema dei sindacalisti che finirono per soccombere e accettare la politica di licenziamenti), infantile (i ragazzi formano una band per comporre brani psichedelici che viene subito sciolta in favore di un gruppo punk), violenta (negli attacchi terroristici dell’IRA ma anche nel razzismo sempre crescente verso gli immigrati) e sporca (il giovane Anderton quando arriva a Londra, la grande città, ne rimane deluso e la definisce “marrone“). Un’epoca di chiasso e concitazione alla quale fa da contraltare lo spirito osservatore di Benjamin, ragazzo calmo, assertivo, romantico, capace di comporre elegie per una ragazza con cui non ha mai nemmeno parlato.

«Serve a qualcosa scrivere delle storie? Me lo domando spesso. Mi domando se l’esperienza possa veramente essere distillata e ridotta a pochi momenti straordinari, forse sei o sette, che ci vengono concessi in una vita intera.»

Tutti i figli di Dio danzano

Titolo originale: 神の子どもたちはみな踊る
Autore: Haruki Murakami
Genere: racconti, psicologico, fantastico
Anno: 2000

Sei piccoli frammenti di vite comuni, persone normali in un Giappone appena scosso da un terremoto, quello che devastò la città di Kobe nel 1995. Sei racconti, narrati con lo stile semplice e lineare eppure così evocativo che tanto amo di Murakami e che la traduzione di Giorgio Amitrano coglie così elegantemente.
Racconti che sembrano non collegarsi tra loro se non per un senso generale di incompletezza. La realtà si fonde con le visioni oniriche di cui Murakami permea i suoi romanzi, e con un viaggio interiore i protagonisti ritrovano la via verso la felicità o semplicemente verso quella parte di loro che tentavano di ignorare e di seppellire.
Ammetto di essere di parte, perché amo particolarmente sia lo stile che i temi trattati da Murakami, quella normalità delle vite, quell’occhio minuzioso sui dettagli banali che infine rivelano la loro importanza, quella descrizione distaccata eppure profonda del Giappone attraverso gli occhi dei personaggi. Però, vi avverto, alcune persone potrebbero non gradire queste storie che sembrano non terminare, minate forse da inconcludenza, per cui, se non amate lo stile dell’autore, desistete.

«Poi a un tratto pensò a tutto ciò che esisteva al centro della terra che adesso calpestava. Lì c’era il rifugio sinistro di un’oscurità profonda, una corrente sotterranea, sconosciuta agli uomini, che trasportava il desiderio, un brulicare di viscidi insetti, e lì si annidava quel terremoto che trasformava le città in ammassi di detriti. Tutte queste energie contribuivano a creare il ritmo della terra.
Yoshiya smise di danzare, e mentre cercava di regolare il suo respiro, abbassò lo sguardo sulla terra ai suoi piedi, come se spiasse una voragine senza fine.
»

Murakami at the park with a background of cicadas

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