Sarà che sto aspettando con impazienza la seconda stagione che sembra inizierà a gennaio, almeno a sentire Lena Dunham su twittersarà che l’articolo era abbozzato da un po’ di tempo, ma mi sembra che sia arrivata l’ora di dire (anche io) la mia su GIRLS, show dell’HBO di un paio di mesi fa, che sarà trasmesso su MTV in seconda serata da ottobre (vi prego guardatelo in originale, non oso immaginare come verranno adattate alcune battute… e la voce di Hannah… no, ne vogliamo parlare?).

(Ok, vi avverto, rischiate spoiler se continuate a leggere perché non so trattenermi.)

Se cercate recensioni dettagliate, puntata per puntata, potete leggerle su Serialmente.

Titolo: GIRLS
Rete:
 HBO
Genere: commedia, drammatico
Anno:
 2012
Stagioni: 10
Produzione: USA

La storia inizia quando i genitori di Hannah (Lena Dunham, creatrice della serie), le dicono candidamente che non hanno intenzione di continuare a mantenerla (lei abita a NYcity e loro non ricordo dove in provincia) dopo averle pagato l’università e l’affitto in città per un paio d’anni. Insieme ad Hannah vive Marnie, l’unica delle ragazze ad avere un lavoro serio, come segretaria in una galleria d’arte.
Marnie è l’unico personaggio che presenta caratteristiche positive, portate però all’eccesso così da farla risultare un po’ troppo rigida a volte. Poi c’è Shoshanna, la più piccola delle quattro, ancora studentessa, ingenua fino all’inverosimile, vergine, fan accanita di Sex and the City, e adulatrice della cugina Jessa, la più cool del gruppo. Appena rientrata a NY dopo molto tempo, è una bohemien girovaga dai lunghi capelli biondi, bella, sfrenata, del tipo che non ha mai avuto un lavoro e se ne frega altamente. Le loro storie si intrecciano ruotando sempre intorno al personaggio di Hannah, cui Marnie e Jessa danno praticamente i consigli opposti (e lei ovviamente segue sempre quelli sbagliati).

Potrebbe sembrare la solita serie americana su giovani ragazze newyorkesi, ma c’è molto a renderla diversa: le protagoniste sono l’opposto delle gossip girl a cui ci siamo abituati. Smanettano sui social network, non possono permettersi vestiti firmati né altre amenità (tranne Shoshanna, di cui non vengono forniti molti indizi però), fanno tanto sesso (anche male). Sono ragazze, semplicemente, senza fronzoli o appellativi, giovani donne tra i 22 e i 24 anni, confuse, spaesate, che non sanno (dunno in inglese) come va la vita, hipster intellettuali con abbigliamento fino vintage e aspirazioni autoriali (e il Central Park non lo vedremo mai da una finestra panoramica in cima a un grattacielo).

La protagonista assoluta, Hannah, è un concentrato di qualità negative che possono renderla insopportabile, quasi che tutte le cose brutte che le capitano, le sfortune, gli incidenti, se li sia meritati. Eppure è così terribilmente umana, nel suo egoismo da ragazzina viziata, nella sua frustazione, nella sua pigrizia, sarà per quello che a volte innervosisce così tanto il suo comportamento, perché è normale, perché può essere successo anche noi. Ha una laurea in lettere (ovvero, in inglese), che, come ormai in tutto il mondo, non le permette di trovarsi un lavoro adatto; vuole fare la scrittrice perché potrebbe essere la voce della sua generazione (o almeno una delle voci), ma non scrive; è costretta a stage non retribuiti; deve subire umiliazioni e andare a lavorare come cameriera (e lei ne è altamente schifata, e lo dice apertamente, lei che ha studiato scrittura e i grandi autori al college non può mettersi a servire panini). Si vede con un ragazzo (un trombamico con cui fa solo sessoche sta sempre chiuso in casa a torso nudo, ma quando infine si rivela innamorato di lei e disposto a darle il rapporto che vorrebbe (o crede di volere), lei lo allontana perché non capisce che lui vorrebbe davvero stare con lei, fraintende o lo fa apposta, perché non si sente degna, con i chili di troppo, con i suoi fallimenti, perché non sa quello che vuole, e quando qualcosa accade lo rifiuta.

Hannah è la rappresentante perfetta della generazione di oggi, la dunno generation, come l’ho ribatezzata, una generazione che non sa: non sa rapportarsi con gli altri, non sa affrontare il fatto che probabilmente la laurea tanto sognata non servirà a molto, non sa vivere senza porsi troppi problemi, non sa accettare la felicità quando arriva perché le sembra troppo poca, non sa non essere pretenziosa ed egoista, non sa crescere.

Siamo pieni di ideali, siamo gli eredi della X Generation senza lo spirito di ribellione perché troppo viziati, siamo schiacciati da sogni troppo opprimenti, e gli ostacoli del mondo degli adulti aggiungono solo apatia a un animo pieno di buoni propositi ma poco abituato a lottare per ottenere qualcosa.

GIRLS scorre veloce, sono solo dieci puntate e alla fine sembra che manchi qualcosa, forse una degna conclusione: non a caso, l’ultima puntata è forse la peggio riuscita, con il matrimonio kitch di Jessa buttato un po’ a caso. Però l’immagine finale di Hannah, abbandonata da tutti, sola e insonnolita, spaesata mentre mangia sulla spiaggia, è emblematica del personaggio e, forse, dell’intera serie.

Si può obiettare che sono comunque ragazze di New York e che essere disoccupate, che so, a Pomezia, può essere molto peggio; si può dire che è una serie creata da una ragazza ricca, che non ha mai provato veramente sulla propria pelle l’umiliazione del non trovare lavoro, o la povertà, e in effetti non ci sono mai scene troppo realistiche da quel punto di vista: Hannah qualche lavoretto lo trova sempre, e non si sa come continua a pagare l’affitto anche senza chiedere niente ai genitori, però non mi sento di criticare l’intera serie per questo.

GIRLS rimane un prodotto ben fatto, con alti e bassi, realistico nei dialoghi e (fin troppo) nelle scene di sesso, che affronta finalmente il problema dei disoccupati intellettuali che dilaga in tutto il mondo. Inoltre, ha il coraggio di avere come protagonista una ragazza che è facile deridere o compatire, sovrappeso, non bella (e lei si impegna anche per imbruttirsi) ma che, nella sua incapacità di crescere e integrarsi nella società nel modo che si conviene, riesce anche a far sentire una certa empatia e un pensiero scomodo si fa strada nella mente: “in fondo anche io sono così“.

Siti utili
Sito ufficiale HBO: GIRLS
Serialmente – recensioni puntate GIRLS 

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