Evoluzione della scrittura dalla Cina al Giappone

La scrittura cinese e il suo percorso evolutivo
La forma visiva adottata dai cinesi per raffigurare il loro linguaggio è composta da gruppi di segni detti han tsi, che in Cina significa “caratteri (tsi) degli han“, ovvero dei cinesi: esistono oltre 60.000 caratteri (alcune fonti dicono 80.000), anche se nell’uso corrente ne vengono impiegati poco più di 3.000.
Ogni carattere rappresenta un “morfema”, termine con il quale i linguisti indicano la più piccola parte di un enunciato linguistico che sia provvista di significato.
Inoltre, nella lingua cinese i verbi non vengono coniugati, non c’è differenza tra singolare e plurale, e dunque tutti i termini sono, di solito, invariabili.
In Occidente, si è soliti indicare i caratteri cinesi, e più largamente quelli estremo orientali, con il termine “ideogramma”; non è del tutto sbagliato, ma la terminologia corretta è “logogramma”, cioè un segno (gramma) che trascrive un concetto (logo); questo sistema logografico produce caratteri che vengono usati anche per scrivere il giapponese: quest’ultimo, però, utilizza i caratteri cinesi insieme a dei tratti fonetici locali ovvero i sillabari kana, letteralmente “scrittura costruttiva”.
Entrando nel merito della struttura possiamo distinguere due categorie: i caratteri semplici, formati da pochi tratti, e quelli complessi, composti da caratteri semplici assemblati in più parti organizzate secondo un ordine ben preciso.
Le origini pittografiche della scrittura cinese vengono collocate intorno al 2500 a.C.: i nativi iniziarono ad utilizzare segni convenzionali molto semplici che avevano la valenza di elementi mnemonici per determinati concetti, sostituiti in seguito da rappresentazioni grafiche stilizzate, ovvero i “pittogrammi”; a questi furono poi affiancati dei simboli “indiretti”, gli ideogrammi, che più si prestano alla raffigurazione di forme verbali e concetti astratti.
L’aspetto grafico di questa scrittura è stato invece modificato nel corso dei secoli; le tappe storiche del suo percorso evolutivo sono caratterizzate dal’utilizzo di 7 forme, arricchite da numerosissimi stili: i cinesi sono riusciti a mantenere inalterate queste forme grafiche nonostante la vastità del territorio, le numerose tipologie etniche e i molteplici linguaggi e dialetti parlati nelle province.
Le 5 principali forme di scrittura vennero standardizzate attorno al III secolo d.C. dopo un percorso evolutivo durato solo 6 secoli e dunque relativamente breve se rapportato alle vicende storiche di questo impero millenario; nel III secolo i cinesi si sono dunque fermati nell’elaborazione delle forme ma i calligrafi hanno continuato a lavorare sugli stili e continuano a farlo: sono gli stili dei grandi maestri, liberi e personalizzati, che oggi si studiano.
La nipponizzazione del modello
Non è facile stabilire la data esatta dell’utilizzo del sistema di scrittura logografica da parte degli abitanti dell’arcipelago giapponese poichè le conclusioni a cui giungono gli studiosi sono discordanti.
Il territorio giapponese, nel III secolo d.C., era popolato da un insieme di stati tribali dominati da un gruppo accentratore che regnava nella regione di Yamato: è molto probabile che il Giappone abbia introdotto il modello di scrittura cinese intorno al IV secolo d.C. e dunque in epoca Yamato; lo testimoniano le tracce trovate sulle spade e gli specchi rinvenuti nei kofun, le “tombe a serratura” dei primi Imperatori.
Ma è anche probabile che il tutto sia avvenuto in maniera molto graduale, coprendo un lungo periodo storico: la cultura nipponica avrà per molti secoli come forte punto di riferimento il modello cinese e soprattutto i dogmi, le tradizioni e i codici della cultura classica confuciana e buddhista.
La scrittura degli Han viene dunque immediatamente adottata da monaci, letterati e, soprattutto, dalla nobiltà; una volta introdotto il sistema di scrittura con gli han tsi (in giapponese kanji), il punto era adattare questa grafia alla lingua ufficiale dello Yamato che, a differenza del cinese, è polisillabica e flessiva: i verbi vengono coniugati secondo il tempo (la persona è sempre invariata) e le parole modificate attraverso l’aggiunta di desinenze o particelle posposte.
La cosa non fu semplice e il risultato è stato l’aver creato una delle scritture più complicate al mondo: i kanji venivano usati sia per il loro valore logografico (il concetto che esprimevano) sia per le caratteristiche fonografiche (il suono loro attribuito), parte che oggi viene svolta dall’alfabeto sillabico messo a punto nel IX secolo d.C., all’inizio del periodo Heian, e ordinato in due sillabari, l’hiragana e il katakana.
I kanji dunque, adoperati da soli, erano insufficienti a rendere graficamente tutte le componenti della lingua giapponese; per la parte flessiva e per altri aspetti si dovette ricorrere ad una loro integrazione con queste due forme di caratteri ad uso fonetico.
L’hiragana è stato disegnato partendo dalla scrittura dei kanji in forma sosho, il corsivo estremo, e viene oggi utilizzato per i segni grammaticali (desinenze, suffissi, particelle e ausiliari) e spesso per le parole di origine giapponese; il katakana, invece, si usa per la traslitterazione delle parole di origine straniera, le onomatopee e i moderni linguaggi tecnici; vi è poi un terzo tipo di scrittura aggiuntiva, il romaji, che sono i caratteri latini utilizzati per la trascrizione delle sillabe giapponesi.
Si può così assistere, da un lato, alla mera imitazione dei modelli classici, dato che lo “scrivere” per i giapponesi significava “scrivere in cinese”, e, dall’altro, al desiderio di soddisfare le esigenze espressive della sensibilità autoctona e qui, soprattutto, in campo poetico e letterario: questo continuo alternarsi dell’innato istinto all’assimilazione e del desiderio di poter esprimere le proprie caratteristiche è proprio uno degli aspetti che distinguono lo sviluppo della scrittura giapponese.
I costanti e intensi contatti con il modello cinese, i rapporti con i primi esploratori europei, i mercanti e i gesuiti dopo il 1500, e l’impatto (spesso violento) con lo “stile statunitense” negli ultimi 150 anni, hanno contribuito molto ad arricchire la lingua e la scrittura dell’arcipelago: sommato a questo vi è la caratteristica tipica giapponese di nipponizzare i modelli culturali importati, cercando nel contempo di rispettare il rapporto di fedeltà instaurato con il modello stesso.
E’ grazie a questa particolarità culturale che la scrittura moderna del Sol Levante riesce a mantenere riconoscibili più strati sovrapposti.

Fonte: Quaderni speciali di Limes – Mistero Giappone

3 Comments
  • Francy

    Articolo molto interessante Sabry… ho imparato tant cose nuove!!! ^^ Certo che la lingua giapponese è tanto bella quanto difficile!! XD

  • Yara

    Complimenti Micchan!!! ^^
    Un articolo davvero molto molto interessante, sapevo che in Giappone era stato adottato il metodo di scrittura cinese, ma non conoscevo tante cose che hai scritto!!! ^^
    Imparo sempre qualcosa! ^^

  • Todomeda

    Ero a conoscenza di alcune terminologie da te usate per il tuo articolo, come per il famoso “logogramma”.
    Sappi che mi e’ particolarmente piaciuto… e sopratutto credo che non potro’ mai piu’ scordare il termine “morfema” (;_;)